venerdì 11 novembre 2016

La tarda maturità di un Montepulciano





“Il Montepulciano è un vitigno che matura in ritardo”. Lo sento dire da Marina Cvetic durante la degustazione e sorrido. Penso ai miei 40, a questi anni che dovrebbero coincidere con una maturazione simile a quella degli acini di un vitigno che ben rappresenta metà della mia vita.

Penso alle mie origini, ai sentori per cui nelle annate proposte, mi pare di essere catapultata dentro un bagaglio pesante, strapieno di ricordi che nel tempo hanno reso il Montepulciano un vino troppo legato ad un vissuto che, sebbene presente, per anni ho messo in stand by.

Liquirizia, china, amarena del Riserva Marina Cvetic 2013 per primi mi hanno fatto allontanare dallo sceglierlo in carta ogni qual volta mi si presentasse l’occasione, dopo.

Erano sentori quelli, troppo legati ad una tarda adolescenza di serate montanare con gli amici, quando il freddo ti congelava tutto il corpo, ma non i pensieri, sempre troppo veloci e desiderosi di essere altrove.

Gli stessi, si fanno più condizionanti nel Villa Gemma che mi ricorda perché ho smesso di bere Montepulciano per tanto tempo: nella 2007 e nella 2001, c’è esattamente la Regione da cui provengo.
C’è tutto l’Abruzzo dentro.
C’è il gusto di un vino pieno, duro, difficile con qualche nota di chiodo di garofano che mi allontana: mattine di nebbia, acqua fredda sulla faccia prima di andare a scuola, quando il buio ed il gelo di fuori non ti preparano ad affrontare giornate di studio.
Il Villa Gemma è il ricordo di un nonno non abituato alla dolcezza, con lo sguardo burbero rivolto a te, che sei nata femmina. E quindi quasi inutile.

È con l’Iskra 2009 che mi riconcilio con il Montepulciano. Iskra vuol dire “scintilla”. Sarà per questo che, solo avvicinando il naso al bicchiere, sento qualcosa accendersi.
Dentro c’è il profumo di fieno secco delle gabbie dei conigli allevati dalla zia: ricordi di giochi felici, campi e merende di campagna.
Mi rivedo scendere le scale poco illuminate della cantina, impaurita ma felicemente curiosa - come solo una bambina può esserlo - quando avvicino il bicchiere del Vigna Sant’Angelo Valori 2010: odore di muro bagnato e umido. Quasi di muffa.

Nella Botte di Gianni 2013, appena 900 bottiglie prodotte, mi ritrovo. Qui incontro le origini davvero. Qui mi imbatto negli uomini abruzzesi che riconosco: schivi ma generosi. Testardi, giovani e forti nella 2013, diventati saggi anziani nella 2010.

E nel bere ogni vino mi pare di fotografare la mia vita: ognuno è un momento differente di un unico percorso che sembra concludersi oggi, nel Riserva Marina Cvetic 2000.

“Quanta vita c’è in quel vino? Quanta me c’è in quel vino?”
Torno nel bicchiere più volte, a ritroso, come si fa con la memoria.
E mi sembra di ritrovare i profumi dei dolci, le bancarelle con le nocciole tostate con lo zucchero e la frutta matura di un vino quasi cotto che mi pare all'improvviso il mio Natale. 










mercoledì 27 luglio 2016

Cuore di-strutto



Ti amo perché ho il cuore di-strutto.

Lo hai lasciato troppo solo, sulla piastra dei tuoi pensieri.
Hai dimenticato il sale, credendo ne avesse già.
Ci hai messo del pepe perché desideravi stagionasse.
Lo hai massaggiato per bene, dandogli l'illusione di volertene curare davvero.

Come si fa con un pezzo di carne.
"Perché è quello che è, no?". Mi hai detto guardandomi dritto negli occhi di lince.

Lo hai trattenuto premendoci sopra le dita, col fare esperto di chi di cuori ne ha maneggiati parecchi.

Lo hai osservato per qualche minuto che a me è sembrato eterno.

"È il mio cuore che tieni in mano, cazzo!". Avrei voluto gridarti.

E invece sono stata in silenzio anche quando hai afferrato il coltello.

mercoledì 19 giugno 2013

Salut e bezi e teimp da spàndri! (Il mio augurio all'Emilia Romagna)


San Martino Spino è una frazione di Mirandola, nella bassa modenese.
Ci arrivo percorrendo la SP7, il cui unico confine visivo alterna un coraggioso verde ad un timido dorato: campi di mais e grano si fanno pacifica compagnia.
E' una domenica assolata e qui la gente ha voglia di raccontare il proprio coraggio senza alcun eroismo, ma attraverso la tradizione: ad un anno dal terremoto e a più di un mese da una pesante tromba d'aria, San Martino testimonia la voglia di rialzarsi, tratto davvero distintivo dell'Emilia, con "la gara dla sfoglia". Da ogni parte echeggia un dialetto che mi diverte, che mangia le vocali e suona come suonano le parole dette a bocca piena. 
La premiazione delle sfogline vede trionfare, tra rezdore storiche, una giovane donna bionda a cui viene consegnato il mattarello più lungo.
Ogni rezdora ha il suo grembiule spesso ereditato dalle precedenti generazioni e braccia e mani antiche di lavoro.
Come la tradizione vuole, la donna, in luoghi come questo dove la terra, oltre che tremare, è quella stessa che dà da vivere, ricopre un ruolo fondamentale.
Sui tavoli sociali, prima ancora del cibo, campeggiano immancabili bottiglie di Lambròsch e Pignulèt.
Quando il cibo ed il vino mi danno tregua, guardo i volti delle persone che mi sono intorno: appena seduta, vedo allungarsi la mano di Alessandro che di là a poco mi racconta, con gli occhi di un azzurro lucido come il cielo, di quanto sia stato difficile quest'anno ma di quanta voglia ci sia di tornare a vivere senza la paura che ti venga sottratto in un attimo il frutto del tuo lavoro.
Ho appena accantonato il gusto perfetto del ragù e quello pungente della cipolla nei fagioli, che arrivano in tavola i dolci: trionfa il belsòn, un biscottone ovale, morbido ma friabile che profuma ancora di limone e che va inzuppato (nel vino, è chiaro). 
Intorno sorrisi che sanno di festa ed entusiasmo: colpisce quanto operoso possa essere un Paese devastato e quanto poco sia rimasto delle macerie, simbolo del desiderio vero di ricostruzione perché non lasciare macerie non vuol dire dimenticare, ma vuol dire in primis non abbandonare la speranza.
E qui la speranza ha già preso il posto della volontà.









sabato 10 marzo 2012

Anche il peperone ha un cuore (o sul lato inaspettatamente sentimentale di un ortaggio qualunque)


Il razzismo culinario esiste.
Espressioni come "cuore di carciofo", "cuore di cioccolato", "cuore di mela" inneggiano all'intolleranza. Me lo immagino spesso, l'orgoglioso carciofo su un banco di mercato, accanto, che so, ad una zucchina, ugualmente verde ma di un tono diverso che fa bella mostra di sè lucidata e fresca come certe donne al primo appuntamento, domandare spocchioso: "Io un cuore ce l'ho: er tuo 'ndo sta?". E all'improvviso mi sembra di vederlo quel verde della zucchina diventare triste, ritirarsi manchevole. Il carciofo ha un cuore a toccare il quale si arriva a fatica, ma si sa che c'è. L'infame lo racchiude spesso tra mille spine per darti l'impressione da subito che sia qualcosa di prezioso e che per conquistarlo ci voglia fatica. E anche in mezzo ad altri cento simili esposti, il carciofo è orgoglioso della sua unicità: non gli importa di sapere che non è il solo ad avere un cuore. La scomoda verità, caro carciofo, è che tutti hanno un cuore: alcuni, come gli umani, ne hanno uno collocato non al centro come il tuo, ma in alto e si dice sia persino legato alle emozioni. Quello addirittura puoi sentirlo pulsare impazzito quando ti accadono cose spiacevoli o ancora meglio, quando ciò che ti accade è irrimediabilmente bello. Succede anche quando ti innamori e quando i cuori che senti battere diventano due. Un cuore, caro carciofo, ce l'ha anche un peperone e, a differenza di te, lo espone senza alcuna paura, lo lascia guardare e toccare da chiunque senza tirarsela tanto, perchè è coraggioso e consapevole che pur avendone uno solo, valga comunque la pena donarlo.

giovedì 24 febbraio 2011

PSICOLOGIA DI UNO CHEF (o del perchè tra me e Parini è - al momento - tutto finito)


Non mi piace fare recensioni.
Boh, sarà che nello scrivere di questo o di quel ristorante, mi sento scomoda come se infilassi un paio di jeans stretti acquistati in uno stato di grazia e fighettudine ormai, ahimè, lontani anni luce.
Al di là del chiedermi se ne ho diritto (che mi sembra un buon punto di partenza, comunque) e in quale veste mi accingerei a farlo (gastrofanatica? food- addicted? invasata di cibo?), mi chiedo se sia lecito relegare il giudizio di uno chef ad una sola prova.
Per giudicare il lavoro di qualcuno, bisogna essere presuntuosi e forse creare più di un occasione.
Che poi, anche tu Chef, che decidi di diventare tale, in cuor tuo lo sai che rischi, sai che ti esporrai al giudizio di un pincopallino qualsiasi che in preda all'ansia di esperire, si recherà pieno di aspettative al tuo risto - capezzale.
Decretando o no la tua morte in cuor suo.
(E questo va bene, visto che il pincopallino nel mio caso non è esattamente l'Ego di Ratatouille e che se decido di farti il funerale, tranquillo, ci saremo solo io e te. Magari mi vesto anche da vedova per entrare nel personaggio).
Però, però...qua c'è anche la componente sentimentale di mezzo dalla quale non devo farmi distrarre.
Quando ho visto Pier Giorgio per la prima volta, quel modo di tenere gli occhi bassi mentre raccontava della sua cucina alla intervistatrice di turno, quasi vergognandosi, quasi implorandola nel tono di non farle troppe domande, ecco...in quel momento non ho pensato a null'altro: solo che lo amavo già.
E ho pensato che la maniera migliore per conoscerlo sarebbe stato attraverso la sua cucina.
Novella Cenerentola coadiuvata nell'avventura dalla mia gastro-amichetta topolina in una serata di gelo romagnolo, decido di arrampicarmi su per le colline per raggiungere il castello di quello che sarebbe stato il mio principe.
Torriana è un luogo da fiaba davvero, dove il tempo è scandito dal silenzio e nel cielo si vedono ancora le stelle.
Il Povero Diavolo si nasconde dietro una roccia che sembra piazzata là proprio per nascondere un tesoro.
Prima di entrare riconosco la sua ombra nella finestra della cucina appena accanto la porta d'ingresso e all'improvviso per l'emozione mi sembra di regredire di un ventennio e di catapultarmi dentro la festa di seconda media.
Scelgo il menù a sorpresa dello Chef, perchè so che tu sai e allora...stupiscimi, mi dico.
Mi si precisa a ragione, da un impeccabile servizio che questa scelta comporterà ben 10 portate e che la cena sarà dunque lunga.
Sorrido, pensando che sono qui per restare una vita, figurati se stasera ho problemi di orario...
Per conoscere qualcuno che ti ha fatto battere il cuore, mica serve andar di fretta.
E allora mi si perdonerà, se per l'emozione non citerò tutti i piatti, ma solo quelli che la mia memoria conserva: ho dovuto faticare non poco a imprimermi tante immagini (oltre quelle di Pier Giorgio che ogni tanto appariva e scompariva come si conviene ai migliori maghi).
Il menù riserva qualche sorpresa al pari delle brevi apparizioni sulle scale dello Chef.
Probabile che io abbia applicato troppa psicologia nel valutare l'operato del mio amato.
La cucina di Parini è ricercata come le sono le sue erbe, femminile nella scelta di colori e forme (come nella sua piccola pasticceria), maschile nell'impeto di sapori (per sapere di cosa parlo si provi il suo riso in bianco).
E' una cucina della natura nel senso che dentro ci trovi i sapori della terra, delle piante, degli alberi.
Oltre a quelli nei miei piatti ho però trovato una spiccata nota dolce che mi ha un pò stancato, come ti stancano certi argomenti intrapresi durante il primo appuntamento.
Ho notato una forte presenza materna che confesso, concorrendo io a diventare la sua prossima sposa, mi ha spaventato non poco.
E di questo lui, ad un certo punto, deve essersi accorto: conservo infatti la presunzione (sono o no una che sta scrivendo una recensione?) che abbia voluto stupirmi quando mi ha fatto servire "semplicemente" la mia amatriciana fatta a modo suo.
Io so che quello è stato il suo timido tentativo di conquistarmi.
E per questo credo che dovrò dargli una seconda possibilità.
Stavolta però, scelgo io il mio menù. O magari stavolta lo invito a cena da me e con la scusa, provo pure la scarpetta.


domenica 5 dicembre 2010

Il lato erotico di un ragù


Il cibo è legato indissolubilmente all'erotismo.
Sarà perchè quando cucino e mangio, adopero gli stessi sensi che uso quando faccio l'amore.
Fare l'amore si sa, è diverso che fare sesso. Fare sesso è cucinare un sugo finto, di quelli che butti in una pentola il pomodoro, magari dopo un soffritto veloce di aglio, aggiungi sale e qualche spezia che sai che può servire.
E mangi, così come fai sesso: ti serve in quel momento per nutrirti.
Per smettere di avere fame. Per convincerti di sentirti meno sola. E il gusto dell'aglio distratto e un pò forte sta a ricordarti che ti sei accontentata.
Ma la fame vera e il piacere vero, non li plachi sul serio.
Così come la solitudine.
Fare l'amore è diverso.
Usi la cipolla che si addolcisce soffrigendo. Ci metti accanto la carota e il sedano. Li lasci rumoreggiare nel fondo di burro e olio lentamente, come si procede con i preliminari anche quando sei affamata dell'altro. Dopo pochi minuti aggiungi la pancetta e la lasci rosolare: già a questo punto assaggi la passione.
Li senti salire subito quegli aromi che si confondono, così come fa il tuo odore con quello di Lui.
Aggiungi carne macinata in tempi diversi e sposti la parte soffritta da un lato perchè le altre soffriggano senza lessare. Così come fai con il suo corpo: ne tocchi una parte, poi l'altra perchè siano tutte ricettive.
Ti soffermi su un angolo che ti piace e quello è il momento di aggiungere il vino che lasci evaporare versandolo sui lati della pentola.
Senti il suo respiro cambiare intensità e arricchisci tutto di noce moscata.
E' il momento del latte.
Il latte lo aggiungi per dare una morbidezza che altrimenti non avresti: come certi abbracci che hanno la forza della passione e la dolcezza dell'amore insieme.
E mentre lo tieni stretto, perchè tutto non sia troppo dolce, condisci con sale e pepe.
Questo è il momento di affogare il tutto col pomodoro caldo diluito nel brodo.
Fare l'amore ha i suoi tempi, perchè dell'altro non ti sazi mai.
Il ragù espressione del far l'amore, va cotto lentamente.
La fame va assecondata con i profumi che solo una cottura lenta può sprigionare.
Bisogna che si cucini in grosse quantità che magari lo congeli per quando ne hai voglia ma ti mancano gli ingredienti. E non ti va di accontentarti di un sugo finto e decidi che sì, stavolta ripieghi sull' autoerotismo.

N.b. se ti senti più femmina che mai, prima della carne macinata, soffriggi un fegatino di pollo che ci sta come ci starebbe la giarrettiera che tieni nel cassetto.

Ingredienti

20 gr di burro

mezza cipolla bianca

un gambo di sedano

una carota

50 gr di pancetta

500 gr di manzo tritato

2 bicchieri di latte

500 gr di pelati passati

2 bicchieri di brodo

sale

pepe































mercoledì 3 novembre 2010

Romagna mia


Modena per me è una cuccia. Ci andavo nei week end quando dal Veneto volevo solo fuggire.
Un nord troppo nord, una nebbia troppo nebbia: quel muovermi in giù mi dava l'idea di poter rubare un pò di quel Sud che mi mancava troppo, senza dover affrontare viaggi che un Frecciarossa ancora da inventare rendeva estenuanti e il tempo a disposizione sempre troppo poco.
C'era la stessa nebbia, è vero, ma il calore lo sentivo. Sempre. Sentivo un rumore di fondo sotto quella nebbia: le risate e l' allegria di una regione che sembra, con la sua geografia un limite, un valico, un cuscinetto oltre il quale sai di dover lasciare quel calore.
Modena è il bar Schiavoni con i suoi irripetibili panini, che mentre fai la fila per averne uno, puoi fare un giro tra i colori del mercato là accanto. Quello che ti aspetta è un percorso del gusto in un solo morso: cotechino, crema di zucca, uvetta, aceto balsamico.
Modena è città di silenzi, di sapori testardi che non si lasciano imbastardire dagli usi di chi da queste parti ci è venuto 40 o 50 anni fa.
Modena è un Nord pieno di gente del Sud, che con piacere quei sapori li ha accolti e imparati.
Così Peppina, pugliese d'origine ma modenese di lontana adozione, prepara l'impasto de IL GNOCCO (che si dice proprio così), mettendoci un goccio di grappa che, dice lei, "toglie quell'unto". Ancora mi chiedo quale unto, essendo il gnocco fritto nello strutto...e mentre ti racconta in modenese gli ingredienti (che sono sempre quelli e che però ognuno ha i propri) ecco là che le esce uno svarione barese: "perchè uno i segreti, li deve dire nella sua lingua".










lunedì 20 settembre 2010

Io sto col sughero! (breve dichiarazione amorosa)




Le relazioni sono roba complicata. Mi sa che io non ci so fare troppo. Ci vuole innanzitutto pazienza, mi dicono amici esperti che su cotanto tema potrebbero scrivere interi volumi.
La cosa più divertente al solito è che tutti quelli che sono pieni di buoni consigli e teorie, di relazioni non ne hanno uno straccio.
Però sono sempre pronti a dirti la loro: oltre alla pazienza, al coraggio, alla capacità di mettersi in gioco, alla capacità di ascoltare l'altro, a quella di saper attendere, ci vogliono (mi pare) un sacco di altri ingredienti.
Facendo poi un rapido excursus sulle loro situazioni relazionali attuali, mi accorgo che ognuno ne ha una differente, ma quasi tutti sono accomunati dall'avere sicuramente una relazione complicata con se stessi. E se è vero che "chi si somiglia, si piglia", la considerazione suddetta spetterebbe anche a me.
Stamattina però, un sospiro di sollievo: apro un giornale e scopro il mio ideale.
Non mi sarei mai aspettata una simile soluzione: ho guardato bene la copertina del settimanale per essere certa di non sfogliare uno di quei book che una volta ho visto sfogliare in una agenzia matrimoniale, uno di quelli in cui ci sono una serie di personaggi che si candidano a diventare l'uomo/la donna della tua vita e corredano il loro profilo di caratteristiche meravigliose, dopo la lettura delle quali almeno tre cose ti vengono in mente:
1)come mai se sei così figo/a non hai una relazione e te ne cerchi una qua?
2)sei stato finora sfortunato, perchè dovrei essere io ad invertire questa rotta?
3)sei uno/a fantastico bugiardo/a. E qua può darsi tu guadagni in simpatia, ma la stima, caro mio, è ben altro...
"io sto col sughero". Il claim della campagna mi ha rapito. Anche io voglio stare col sughero, mi sono detta.
Dove lo trovo uno che trattiene l'ossigeno (quindi non è irascibile, ergo ci pensa prima di parlare), che è elastico (mi piace l'apertura mentale), che ti chiude ermeticamente a sè (adoro essere abbracciata!) conservandoti come qualcosa di prezioso, ma che non si sbriciola (diventando melenso e insopportabile) nè scompone?
In più scopro che è italiano e il mio patriottismo ormai è noto: l'Italia è al terzo posto per la produzione di sughero. Questo vuol dire che ce n'è, ma che bisogna sostenerne la produzione.
Io intanto corro a dirlo ad un paio di amiche e nel mentre, che ne dite....fisso un appuntamento?

http://www.ilsughero.org/



martedì 10 agosto 2010

Norma (h)a la fregola (...e non è la sola)

Essere un'isola. Avere accanto il tuo mare. Decidere d'accordo col Lui, se restare da sola o accogliere chi decide di venire a farti visita. Suggerirgli di muoversi violento, affinchè la tua sia una terra irraggiungibile.
Non deve essere male, la vita da isola. Bisogna fare i conti con la nostalgia e con i tempi che non sempre corrispondono a quelli del mare.Passare ore a guardare il mare mentre si confonde con quella linea che sembra finire e arrivare al cielo, mentre i tuoi sono solo confini terreni.
I miei pensieri isolani sono frutto di una vacanza sarda.
La Sardegna è una terra strana: la guardi e non sai mai davvero se voglia accoglierti. Piena di lembi di terra pronti a immergersi nel mare, a scomparire per evitare di farsi notare. Una terra che per imparare a difendersi, ha eretto torrette su ogni costa, manifestando un desiderio di solitudine che cogli anche negli occhi schivi di chi ci abita e vede il Continente qualcosa di lontano. La Sardegna vuole bastare a se stessa.
La Sicilia è diversa: è terra vicina, aperta, cresciuta tra mille influenze visibili in un territorio che ti racconta la storia di mille passaggi di soli e mari. La guardi e hai già fatto un piccolo viaggio intorno al mondo: architetture varie di popoli a cui la Sicilia ha offerto un luogo dove vivere. Senza chiedere per quanto tempo perchè non soffre di sindrome di abbandono. Riesce ad avere legami che non pretende siano durevoli: si prende il buono di tutti.


Io non lo so che isola vorrei essere. Nell'indecisione, le ho confuse.
Che poi è la cosa che mi viene meglio.


Ricetta per 4 persone

300 gr di fregola
3 pomodori maturi
mezza cipolla
una melanzana tonda e grossa
tre tazze di brodo vegetale
olio evo
sale
pepe nero da macinare
basilico
rosmarino
crema di ricotta salata
vino bianco
4 dischi di pane carasau (guttiau)

Ritagliate otto dischi dalla melanzana ed il resto in cubetti piccoli. Poneteli dentro uno scolapasta con del sale perchè perdano la loro acqua.Tagliate sempre a cubetti piccoli i pomodori tenedoli separati. Affettate la cipolla e mettetela in una padella con i bordi alti insieme ad almeno tre cucchiai di olio. Soffriggetela e quando imbruinisce, aggiungete la fregola e fatela tostare. Versate del vino bianco e lasciate evaporare a fuoco lento. Aggiungete una tazza di brodo e poi i pomodori. Lasciate cuocere.
Scaldate una padella antiaderente, metteteci dentro gli aghi di rosmarino (che è la spezia sarda per eccellenza) e grigliate i dischi di melanzane e poi i cubetti. In un'altra scaldate l'olio e friggete dischi e cubetti di melanzana.Lasciateli asciugare su un foglio da cucina e salateli poco.Nel frattempo avrete aggiunto il brodo alla fregola perchè si cuoccia.
Aggiungete un paio di foglie di basilico a metà cottura.
Quando la fregola è al dente, toglietela dal fuoco e aggiungete i cubetti di melanzana con del basilico fresco spezzettato e pepe macinato. Mescolate delicatamente e lasciate raffreddare un pò.
In forno, mettete i dischi di pane carasau cosparsi di olio e lasciateli scurire per 5 minuti. Estraeteli dal forno, spezzettateli a forma di isola, e componeteli sui piatti da portata. Aggiungete ancora olio e macinatevi sopra del pepe macinato.Prendete un disco di melanzana, ponetevi sopra la fregola e chiudete con un altro disco sul quale porrete ciuffetti di basilico.
Formate delle piccole quenelle di ricotta salata, utili anche a completare la decorazione del piatto e a "zittire" la fregola di norma.

lunedì 14 giugno 2010

Rumore di fritto rivoluzionario a mezzo stampa



Scegliere di parlare e raccontare i fatti di cronaca, di vita, di politica.
C'è un tessuto sociale fatto di uomini con un cervello pensante, con una libertà di parola che nel tempo, attraverso la storia, ci siamo conquistati o che fortunatamente (come nel mio caso), abbiamo avuto in dono.
Quella libertà è un assunto imprescindibile, perchè legata alla scelta: io l'ho avuta e adoperata quasi senza farci caso, senza mai però averne messo in dubbio l'importanza.
E quando non ho parlato, ho scelto il silenzio.
Non mi è stato mai imposto.
Nessuno finora mi ha detto di tacere.
E con ciò non voglio dire che finora abbia detto solo cose sensate.
Sono pronta a giurare il contrario, piuttosto.
Ma ho scelto.
Quella scelta da un pò di tempo la sento vacillare, perdere i confini, scomparire.
E le parole che vorrei dire diventano rabbia.
Ora mentre scrivo questo post, mi chiedo per quanto ancora potrò godere della stessa libertà di espressione.
Per quanto tempo potrò ancora leggere i giornali? e quali e quanti? potrò godere della pluralità di una informazione che mi dia la certezza di essere un essere umano libero?
Che succederà a quei fogli in parte già soppiantati dal web?
il silenzio è qualcosa che si sceglie.
La non informazione è qualcosa che ci impongono.
Il silenzio stampa è una scelta.
La stampa silenziosa è dittatura.
Dedico la mia ricetta rumorosa di fritto in cartoccio a chi di quella libertà ci vuole privare, incosciente rispetto al fatto che privare qualcuno di qualcosa non fa che aumentare il desiderio di riconquistarlo.



Ricetta per zucchine in tempura per 1
(perchè la libertà è prima di tutto un diritto del singolo)

cubetti di ghiaccio
100 gr di farina + 20, 30 gr
100 ml di acqua
un uovo (eh, si..ce l'ho messo!)
una zucchina di dimensioni medie
sale
olio extravergine di oliva


In una ciotola mescolate acqua e uovo, sale e versate la farina setacciandola in modo da evitare la formazione di grumi e aiutandovi con una frusta.Mettete la pastella nel frigo, lasciatela risposare e raffreddare almeno mezzora(utile allo shock termico).Tagliate nel senso della lunghezza la zucchina, ricavatene dei bastoncini non troppo spessi, nè troppo sottili. Togliete dal freezer il ghiaccio in cubetti che vi servirà mentre friggete a mantenere fredda la pastella.Quanto più la tenete fredda, tanto più sarà croccante. Scaldate l'olio in una padella con i bordi alti e ascoltate il rumore dell'olio alla prova di un pò di pastella.Se quello che sentite assomiglia al rumore della libertà, buttate nella ciotola qualche bastoncino di zucchina e con l'aiuto di un cucchiaio, tuffatelo nell'olio. Ogni volta che adoperate il ghiaccio, ricordate di aggiungere farina alla pastella per evitare che diventi troppo liquida. Salate i bastoncini e gustate liberamente.

domenica 6 giugno 2010

Occhi di cioccolato



Nella vita si incontrano un milione di occhi.
Alcuni puoi guardarli più a lungo perchè il tempo è generoso con te ma spesso ciò che resta è solo familiarità.
Altri ti sfuggono e la fatica di leggervi dentro diventa insormontabile.
Così desiti.
Ci sono invece occhi che dopo averli afferrati, si tengono saldi ai tuoi e alla tua anima così tanto che guardarsi diventa parlarsi perchè l'aria che passa tra le tue parole e le parole di quegli occhi è così poca che ti sembra di soffocare.
Occhi dai quali è difficile togliere i tuoi perchè nel loro color cioccolato ascolti quello che vorresti dire tu.
Ma resti muta.
Quegli occhi color cioccolato ti fondono l'anima.
Ti lasciano credere che esista un unico colore: il loro, fatto della profondità del cacao e della dolcezza del latte.
Occhi che sanno di Africa (anche se in Africa non ci sei mai stata).
Occhi che ti portano in viaggio sopra le dune, tra la sabbia, nel sole che ti acceca e ti brucia.
Occhi attraverso i quali catturare il vento.
Occhi nei quali impari a leggere una lingua che non conosci perchè è la ricca lingua del silenzio.
Quelli sono occhi buoni da mangiare.

Ricetta di cioccolato

100 gr di cacao amaro
50 gr di noci sgusciate
50 di nocciole sgusciate
4 uova intere
100 gr di burro
un pizzico di vanillina
70 gr di farina
100 gr di zucchero
una bustina di lievito in polvere

Tritate noci e nocciole. Mescolate le uova e lo zucchero lentamente. Aggiungete la farina a filo e continuate a mescolare. Fate lo stesso con il cacao.
Sciogliete il burro a bagnomaria e versatelo nel composto.
Versate la bustina di lievito e la vanillina mescolando velocemente. Accendete il forno a 180 °.
Imburrate e infarinate una teglia rettangolare. Versate il composto nella teglia e infilatela nel forno abbassando la temperatura a 160°.
Annusate.
Dopo circa venti minuti controllate la cottura.
Sfornate la torta e lasciatela raffreddare.
Continuate ad annusare. Magari tenendo gli occhi chiusi.
Tagliate in piccoli cubi il dolce e assaporate quegli occhi.



domenica 21 marzo 2010

The D-Day after



Che quelli di Dissapore sapessero farci, era chiaro.
Ma riguardo i loro poteri, per mancanza di esperienza pregressa, non avevo idea.
Sabato è stato uno di quei giorni in cui hanno apparecchiato il cielo come una tavola su cui una tovaglia bianca è stata perfettamente sistemata e attende curiosa di avere su di sè piatti da esaltare.
Non nego di aver avuto un pò di ansia da prestazione: pensavo di ritrovarmi al classico evento enogastronomico "siamo fighi e contenti di avere la puzza sotto il naso"..
invece scopro persone che esperte sono davvero, che hanno davvero il piacere di mettere insieme gente che condivide una passione.
L'Open è una delle mie location romane preferite: è un posto pieno di luce che ti viene voglia, entrandoci, di fare un grosso respiro e portarti via l'aria buona che c'è.
Di buono chiaramente non c'è solo l'aria.
La cucina di Colonna è una cucina educata, sottovoce, che sussurra affascinandoti e che ti fa sentire le sue ragioni, ma senza gridarle.
E' una cucina di sapori come note appena accennate che rendono un sottofondo potente.
Colonna è un compositore che suona la sua musica scegliendo ingredienti come strumenti.
Anni di esperienza, milioni di concerti.
Accanto a lui, o meglio, dietro (ma non in ordine di importanza) c'è chi quegli strumenti li accorda.
Gabriele Bonci è un accordatore. Lui quegli strumenti li ascolta, prima dei concerti. Ci gira intorno per capire qual è l'acustica migliore.
E' uno a cui non piace il palco.
Piace il concerto da dietro le quinte.
Lui con le mani parla e sembra che impasti: se ti distrai un attimo, puoi vedergli ruotare tra le mani un impasto tanto soffice che sopra, come fa, può metterci qualunque ingrediente e renderti la leggerezza e la poesia di un sorriso.

N.B. uno special thank per un giorno di riabilitazione allo Staff di Dissapore, a Gabriele Bonci e a Colonna.

Un ringraziamento davvero particolare va ai "ragazzi di Colonna" per la pazienza e la professionalità e per aver resistito all'attacco di una comunità di veri affamati.















Premessa al D-Day


Sono in fase di rieducazione al gusto.
Lo scorso anno è stato difficile sotto questo profilo.
Eventi troppo legati ai miei sensi, mi hanno portato a non sentire più (per i dettagli basta scorrere i post a ritroso), il che è equivalso ad una sorta di stato di catalessi gustativa che mi ha impedito di aderire contrariamente al solito, ad una sorta di logica pavloviana che credevo mi contraddistinguesse in qualche modo (esiste un rapporto di proporzionalità di cui non ero a conoscenza e che lega il potere dei sensi a quello dell'ego? ci penso su..).
Che fare in questi casi?
"RIABILITAZIONE" , mi sono detta.
Come i veri tossici hanno bisogno di assistenza da parte di esperti, ho considerato che l'aiuto ai miei sensi non avrei potuto darmelo da sola.
ANCHE IO AVREI AVUTO BISOGNO DI ESPERTI e di materia prima valida che fosse realmente in grado di aiutarmi nel processo di rieducazione.
E' da questa spinta che nasce la mia partecipazione al D-Day.


mercoledì 13 gennaio 2010

Carezza di sedano scaldacuore con gamberetti



L'inverno porta con sè il freddo nel cuore.
Giornate intere di pioggia e vento che ti gela i pensieri.
Torni a casa e tutto ciò che vuoi è calore.
Il calore di un abbraccio che non senti da un pò, quello di un sorriso che di rado ti capita di incrociare.
D'inverno torno a casa piena della tristezza degli sconosciuti che incontro per caso. E forse anche un pò della mia. Mi sento una spugna che assorbe tutto.
Lo vedo negli occhi della gente, l'inverno. La neve che piano ha fatto la sua coltre nell'anima delle persone. Si è posata lenta e silenziosa sugli occhi che vedono l'altro chiaramente, ma non lo guardano davvero. Lo attraversano.
Quando cammino o viaggio in treno quegli occhi li vado a cercare.
Prima o poi capiterà che mi picchino per l'insistenza con cui li osservo.
Vorrei essere capace di estirpare quella coltre, scioglierla con un calore che è solo condivisione e comprensione.
Vorrei tornare indietro, gridare "aspetta!" a chi possiede quegli occhi e dedicare loro una carezza.
Questo post e questa ricetta sono un modo di combattere l'inverno.
Dedicato a tutti quelli che l'inverno ce l'hanno negli occhi e a tutti quelli che non l'hanno mai visto.

Ricetta per due carezze per uno
1/2 sedano
2 patate piccole
2 carote
un pezzetto di buccia di limone
10 gamberi (i miei erano surgelati ahimè!)
3 fette di pane bianco o pan carrè
due cucchiai di parmigiano
olio di oliva
una foglia di alloro
mezzo dado
due pizzichi di sale
una noce di burro


Mettete in una pentola capiente mezzo litro di acqua e quando bolle, versateci dentro il sedano a pezzetti, le patate a tocchetti, il dado e le carote tagliate grossolanamente.
La grandezza del taglio dipende dal tempo che avete: se il tempo per le carezze è poco, fate i pezzi più piccoli che potete...si cuoceranno prima.
Nel frattempo versate in una piccola pentola tre bicchieri di acqua a bollire con la foglia di alloro, la buccia di limone.
Quando l'acqua è in ebollizione, versateci dentro i gamberetti e lasciateli cuocere a fuoco lento per cinque minuti.
Scolateli senza buttare la loro acqua di cottura.
Rimettete sul fuoco l'acqua di cottura dei gamberetti e aggiungete le carote
prelevate dalla pentola più grande, in modo che finiscano di cuocersi aromatizzandosi un pò.
Tagliate a striscioline il pane bianco e ponetele su un foglio di carta da forno adagiato sulla teglia.
Versate a filo l'olio e spolverizzate di parmigiano.
(Non storcano il naso i puristi: sì, con i gamberetti ho usato formaggio!embhè?)
Accendete il forno a 180° per dieci minuti.
Intanto prendete il vostro fidato amico frullatore a immersione e frullate sedano e patate.
Sciacquatelo e dopo aver eliminato alloro e buccia di limone, controllate che il prossimo frullato di carote abbia una maggiore densità del precedente di sedano e patate.
Nel caso in cui non vi sembri così, togliete un pò di acqua di cottura.
Frullate anche le carote. Estraete dal forno i vostri crostini rozzi. Fate sciogliere il burro in una padella e friggete i gamberetti.
Componete il piatto, aiutandovi con un cucchiaio affinchè possiate dare la forma del cuore al centro del piatto. Versate un pò d'olio a filo e del pepe nero se vi piace.
Il cuore sarà quello scalderete.





















martedì 13 ottobre 2009

Il piccolo chimico e la millefoglie di mele e gorgonzola


Coi numeri ho sempre avuto dei grossi problemi.
Non ce la faccio: di fronte a conti da fare, numeri da sottrarre, dividere, addizionare non rispondo.
L'unica operazione rispetto alla quale non mi sento tanto incapace è il moltiplicare: sarà per via della reminescente educazione quasi cattolica impartitami da piccola, per via della storia dei pani e dei pesci che me la fa percepire come qualcosa di trascendentale, di non appartenente alla mia natura umana, di fronte alla quale chino il capo e semplicemente, tirando un sospiro di sollievo, mi dico "non è cosa mia!".
Deve essere che manco completamente dell'emisfero sinistro del cervello.
Devo averci un buco gigantesco.
O magari, anzi, più probabilmente devo essere tutta emisfero destro...o magari non ho emisferi.
E questo spiegherebbe molto.
Ho sempre odiato la matematica. Sempre adorato scrivere.
Credo che questo abbia influenzato le mie scelte di vita più volte.
Da piccola guardavo il mio coetaneo cuginetto occhialuto fare esperimenti con alambicchi e blande formule da scienziato ed ho subito capito che oltre alle differenze di sesso tra me e lui c'era un abisso...celebrale.
E' probabile che mi sembrasse così alieno che il mio tentativo di soffocarlo una volta, sia in realtà legato al desiderio di fare esperimenti anche io...certo, scegliendolo come cavia.
Giorni fa, un mio carissimo amico bartender, sperimentatore di cocktails, grande professionista, comincia a parlarmi di abbinamenti strani, composizioni chimiche improbabili, di mangiare cose che sembrano banana ma che non sono banana....ovviamente di fronte a argomenti di questo genere, le scimmie urlatrici del mio cervello hanno cominciato a dare un party in onore della più totale incomprensione.
Ma siccome la curiosità è femmina, vado sul sito http://www.foodpairing.be/ e scopro...che la chimica è un mondo meraviglioso!
il risultato di questa scoperta è la millefoglie di mele, gorgonzola e thè verde che vedete qua su.
(Uno special thanks a Dani per la scoperta e un n.b. per Alfredo: puoi tranquillamente riprodurla...non è il mio secondo tentativo di ucciderti!)
Ricetta per due cavie
due mele di differenti varietà, colore (io ho usato quelle del mio orto) e dunque acidità
200 gr di gorgonzola piccante
un cucchiaino di thè verde
un bicchiere di latte
100 gr di parmigiano
due cucchiai di salsa di soia
Riscaldate in un alambicco il latte e versatelo in una terrina.
Aggiungete mescolando la polvere di parmigiano e il gorgonzola schiacciandolo con una forchetta.
Fate in modo che il tutto assuma la consistenza di una crema spalmabile.
Prendete il levatorsoli (che è uno degli strumenti più funzionali di cui la mia cucina dispone) e incidete le mele al centro, estraendone semini e torsolo.
Tagliate fette di mele sottili come sfoglie nel senso della larghezza.
Cominciate a spalmare la crema sulla fettina di mela più larga, sovrapponendole una all'altra, alternando i colori.
Create delle piccole torri in cima alle quali spolverizzate il thè verde.
Fate il fondo con un cucchiaio di salsa di soia a piatto e impiattate.
Guarnite con foglie di mele o con basilico.



mercoledì 9 settembre 2009

Pillole di pollo masala "ANTI brutti RICORDI"


Ci penso su da due giorni.
Leggo della molecola ‘PKMzeta‘ presente nel che sarebbe poi la sostanza ‘chiave’ nel connettere le varie molecole coinvolte nel processo di radicamento dei ricordi.
Ora studia che ti ristudia, esimi signori della scienza, con cotanta trovata e sete di conoscenza, non mi scoprono pure la pillola che cancella i brutti ricordi?
un attimo di vera confusione.

Ho pensato spesso prima d'ora a quanto mi sarebbe piaciuto poter dimenticare.
Non credo di avere un numero di brutti ricordi maggiore o minore della media della popolazione mondiale. Non credo di avere tanto da dimenticare, ma sento ugualmente il peso di certi ricordi.
Ci sono ricordi di natura e intensità diversa che con il tempo si trasformano: i brutti lasciano talvolta il posto ai belli, ma non accade mai che i belli si trasformino in brutti. Accade solo che si sbiadiscano e occupino un luogo subaffittato della memoria dove, nonostante l'affollamento, trovano un angolo e si sistemano là, mettendo radici.
Le radici dei bei ricordi sono radici di querce secolari, piantate nel terreno fertile della vita, innaffiate da una quotidianità sfuggente. Sono radici forti di malinconia, quella malinconia che non è la tristezza dei brutti ricordi.
Voglio una pillola che cancelli i bei ricordi, che non dia spazio alla memoria di accumularli, che non lasci al tempo il modo di farli sedimentare.
Non credo di aver bisogno di una pillola "anti brutti ricordi": per quelli basta una ricetta o forse solo l'esperienza.



Ricetta per due persone
4 fettine di pollo un pò ciccione
due cucchiai di garam masala
(che altro non è che un curry di spezie già pronto o da preparare tostando e pestando:
cumino,
semi di coriandolo,
cannella,
cardamomo,
noce moscata,
pepe,
anice,
alloro,
chiodi di garofano)
200 gr di pangrattato
due tuorli
buccia di un limone
un bel pizzico di sale
mezza scamorza affumicata
olio di semi

In un piatto mescolate il pangrattato e il garam masala. In una ciotola invece, sbattete i tuorli con il sale. Tagliate a cubetti il pollo e a fettine sottili la scamorza. Sovrapponete un cubetto, la scamorza e chiudete con un altro cubetto di pollo fino a formare tante pillole.Sciacchiatele un pò con il palmo della mano facendo attenzione a che non si aprano e passatene ognuna nel pangrattato e masala, poi nell'uovo e ancora nel pangrattato e masala. Disponetele su un piano ricoperto di carta forno. Ricavate con un pela patate la buccia del limone (no alla parte bianca) e tagliatela a listarelle (o a julienne che fa figo). Scaldate bene l'olio di semi e tuffatevi poche pillole per volta. Mettete le pillole fritte su carta assorbente e appogiate su ognuna una listarella di limone fermandola con uno stuzzicadenti. Cercate chiaramente di servirle prima che si freddino altrimenti dovrete sperare nell'effetto placebo.























domenica 23 agosto 2009

Aprirò il giardino: risotto con pere coscia e pecorino

Mi capita spesso di perdermi in percorsi interiori e trascorrere un pezzo di vita tanto immersa in me stessa che il mondo fuori mi fa solo da sfondo.

Guardo, ma non vedo.
Sento, ma non ascolto veramente.
Ad un tratto la bellezza di fuori esplode ed è tanto accecante da filtrare le lenti scure del mio cuore.
Non posso far finta di niente perchè la luce e i colori sono così forti da ricordarmi che oltre me esiste un'aria che devo respirare e che all'improvviso mi riempie.
Un'aria nuova, come le stagioni.
L'estate è la stagione della rinascita.
Come se ci fosse un giardino dentro di me che fiorisce: alberi che si riempiono di frutti, spezie che odorano di nuovo, fiori bellissimi e freschi che vanno colti.
Torna la voglia di cucinare.
Finalmente.
In Luglio il mio giardino si riempie della varietà di pere che preferisco: le pere coscia, quelle con la buccia croccante, la polpa granulosa, tanto gustose che potrei mangiarne un albero intero. Accanto una pianta di basilico che sembra un cespuglio urlante...."prendi me!", lo sento dire.
Nel frigo recupero un pecorino che sarebbe meglio fosse più piccante, ma da un giardino appena aperto non ci si può aspettare che tutto fiorisca: l'eredità della passata fioritura genera qualche frutto indeciso.
I profumi dei "frutti" dell'estate mi invadono...gridano come in un coro, all'unisono intonano una melodia a cui pentole e padelle fanno da cassa risonanza.


La cucina suona una musica che fortunatamente ancora riconosco.



Risotto pere coscia e pecorino per 2

3 tazzine da caffè di riso arborio
mezza cipolla bianca o uno scalogno di piccole dimensioni
un dado vegetale
un litro di acqua
due dita di burro
una tazza di vino bianco
2 pere coscia
2/3 cucchiai di pecorino
pepe nero in polvere
pepe in grani per guarnire
foglie di basilico
Portate l'acqua ad ebollizione e metteteci dentro il dado
Affettate lo scalogno o la cipolla mettendola a soffriggere nel burro dentro una capiente padella con bordi alti.
Appena la cipolla imbiondisce, tostate il riso e versatevi il vino.
Lasciate sfumare il vino e versate due mestoli di brodo sul riso.
Intanto tagliate a dadini le pere e man mano che il brodo si asciuga, versatene altri mestoli, cominciando a girare il riso in maniera che la cottura sia uniforme.
A metà cottura del riso, versateci dentro i dadini di pera e mescolate.
Continuate con il brodo finchè il riso non è cotto.
(La quantità di brodo che versate, oltre che alla cottura del riso è utile a dare al risotto la densità e cremosità che più vi piace).
Mantecate con una noce di burro e pecorino. Lasciate raffreddare un pò, in modo da evitare che il gusto delle pere sia eccessivamente coperto dal calore.
Decorate con foglie di basilico, pepe in grani e se vi va, le bucce delle pere tagliate a julienne arrostite in una padella antiaderente.







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