giovedì 16 aprile 2009

La dignità di avere fame (in Abruzzo)

Ho incrociato più volte Romina in ospedale, osservandola da lontano.
L'allegria dei suoi riccioli contrasta di netto con la malinconia dei suoi occhi: impossibile non doverci fare i conti.
Impossibile per me non avvicinarla.
All'inizio credevo fosse una volontaria, perchè il suo modo di vestire era tipico di chi sta "in trincea" e ha braccia tanto lunghe da tendere la mano a chiunque.
Il dolore comunica in un modo tutto suo e ti dona una sensibilità in grado di riconoscere quello degli altri.
Romina è una vittima del Terremoto: ha perso (come tanti) casa, lavoro e sua madre ha avuto un'arresto cardiaco ma per fortuna ora sta bene.
Già orfana di padre, non è stato facile replicare quando mi ha detto che se avesse potuto salvare qualcosa, sarebbe stata la foto di suo padre.
Mi ha raccontato di quando i suoi amici sono venuti a prenderla e a portarla via e in un bar lontano le hanno offerto la colazione: ha detto loro di non avere fame, ma credendo di non essere vista, ha afferrato subito dopo di nascosto dei biscottini sul bancone.
("In verità dopo il terremoto, io avevo fame!", mi ha riferito con lo stupore di una bambina).
Mi sembra sciocco e innaturale, dopo averla conosciuta, scrivere di cibo e per questo mi scuso con i miei pochi-ma buoni lettori.
L'attività di Chicco ripartirà.Come l'Abruzzo.
Ringrazio Romina che mi ha insegnato sorridendo, la dignità di avere fame.

venerdì 27 febbraio 2009

Di che pasta siamo fatti?



Vabbè, lo confesso: al mattino andando al lavoro mi capita di riempire la borsa già urlante pietà di una miriade di quotidiani gratuiti (free press, fa in effeti più cool) che fuoriescono tipo carica esplosiva da ogni mezzo e spesso, tanto indipendenti che nella borsa ci saltano da soli.
Leggo, Metro, 24, City: taglio diverso per ognuno, spesso notizie comuni, trafiletti e articoli lunghi abbastanza per non farti perdere la fermata della metro (il che ti causerebbe un fastidio triplicato, qualora avessi tra le mani proprio Metro!) o del treno.
Ebbene cosa mai leggo (su Leggo) stamattina?
"Spaghetti bollenti-multati 26 pastifici"...
no, cavolo, no. Non toccatemi la pasta.
Non credo di poterlo tollerare.
Allora, come ai tempi delle superiori (che detto così sembra siano stati 100 anni fa...e in effetti facendo due conti...ok, non è questo il punto), quando in Giugno si andava a vedere i quadri e si scorrevano lentamente con gli occhi le righe dei nomi per arrivare al tuo che con la coda dell'occhio avevi già visto mezzo rosso e speravi ci fosse un errore...ecco, io stamattina ho scorso l'elenco sperando che l'azienda che produce la mia pasta preferita, non fosse tra quelli accusati di aver “semplicemente” composto un cartello in maniera tale da alzare e controllare i prezzi, praticando un a intesa restrittiva della concorrenza. Cioè probabilmente questi simpatici produttori si erano accordati sul da farsi, ovviamente comprando a due lire dagli agricoltori e rivendendo tutti insieme a 5000.
Come è intuibile, la percentuale che la mia pasta preferita non fosse tra gli accusati era davvero minima.
Io, come voi, ho comprato a 5000. Solo che non lo sapevo.
Credevo di mangiare un'italianità famosa nel mondo, quasi fiera di condire un piatto che mi sembra diverso negli altri Paesi (sono protezionista).
E soprattutto credevo nella vena creativa della concorrenza.
Già me li figuravo i miei Signori pastai a studiare strategie per differenziarsi dagli altri, grafiche sempre più accattivanti, packaging preziosi, politiche di prezzo concorrenziali.
E invece se ne stavano seduti sulle loro poltrone, tanto non c'è nulla a cui pensare: vendiamo a quanto ci pare quello che già abbiamo prodotto...sordi al rumore del bollire della pentola, hanno buttato giù la mia pasta, senza curarsi dei tempi di cottura.
E quella che ora ho nel piatto è solo pasta scotta.

Per chi volesse saperne di più vi linko http://www.informacibo.it/pasta/pasta_multa.htm

martedì 3 febbraio 2009

Vivere ad Oniontown


Indecisa fino alla fine se postarvi o no questa ricetta.
Correlati alla cipolla sono in qualche modo, un sacco di modi di dire.
L'espressione "vestirsi a cipolla" che è una delle mie preferite, ad esempio. indica quella tecnica di abbigliamento che consiste nel mettersi uno strato sull'altro di abiti, utile soprattutto quando si è indecisi sulla temperatura esterna o del luogo in cui si andrà.
Da non sottovalutare la tecnica se si sta per partire con un volo low cost e si ha solo un bagaglio a mano. Il rischio in tal caso è quello di diventare testimonial inconsapevole della Michelin, ma questo per chi si occupa di cucina ed è godereccio, è un rischio già calcolato e c'è in più il beneficio di potersi togliere gli strati, cosa non sempre facile con quelli di ciccia.
Spesso vittima per ciò di umano sdegno, la cipolla oltre ad emanare un odore che pochi tollerano, contiene delle sostanze acidule che producono la lacrimazione.
Io grazie alla cipolla mi sono scoperta coraggiosa.
L'occasione me l'ha fornita il trentesimo compleanno del mio migliore amico.
Ora, perchè anche gli invitati ad una festa non devono ricevere un regalo, ma solo donarlo?
così, mi sono ritrovata a preparare 30 vasetti di confettura di cipolle...equivalente a circa tre kg e mezzo di cipolle.
Mannaggia a me e alle mie idee.
Sbuccia e piangi, vabbè...ma avete idea dell'odore di cipolla in casa per una settimana che quasi sembrava fosse estate e senza accorgemene fossi arrivata direttamente a Tropea?
non vi nego che anche la vita sociale ha avuto un rallentamento e in compenso poi non mi sono abbronzata per niente!


Ricetta della confettura di cipolle

800 gr di cipolle di Tropea
900 gr di zucchero
due foglie di alloro
tre bacche di ginepro
una confezione di Kleenex
un bicchiere di aceto di mele

Sbucciate e affettate nel senso della lunghezza (esiste per una cosa tonda?) tutte le cipolle che avete. Metteteci lo zucchero e lasciatele bollire per una mezzora, dopo la quale aggiungete l'aceto, l' alloro e le bacche di ginepro.
Direi che un'ora e mezza totale a fuoco lento le da la giusta consistenza.
Scegliete 4 vasetti simpatici da 175 gr che si chiudano ermeticamente e via a riempirli.
Chiudeteli e metteteli a testa in giù in una pentola piena d'acqua.
Bolliteli di nuovo per sigillarli e conservarli.

Praticamente avete appena realizzato il vostro permesso di soggiorno...





lunedì 12 gennaio 2009

Omaggio a Neto e le spezie










Che le spezie siano uno dei miei amori culinari credo l'abbiate capito.
Ho sentito spesso dire che negli esseri umani carenti di un qualche senso, la legge della compensazione vuole che per un senso in cui si è più deboli, un altro funzioni meglio, sia come amplificato.
E "siccome so un pò cecata", io sento odori e profumi dovunque.
Mi piace allenarmi anche. Impazzisco. Forse sono un cane da tarfufo e non lo so ancora.
Negli ultimi tempi sto diventando esagerata: se incontro qualche amico nel dopocena, è la sua condanna.
Quasi riesco a ricostruire il menù della sua cena.
Amici come cavie per il mio olfatto.
Per fortuna, ci sono installazioni come quella di Neto al Macro di Roma (in via Reggio Emilia fino al 28 Febbraio, ndr) che mi ha aiutato e ispirato.
Così, per un giorno ho smesso di annusare in giro le persone e mi sono concentrata su un unico soggetto che fosse soprattutto incapace di lamentarsi quando lo annusavo.
Avvolta da una serie di odori dall'ingresso del Museo, mi sono chiesta se fossi magicamente caduta in una tazza gigantesca di thè alle spezie.
La cucina è attraente anche perchè può alimentarsi di stimoli provenienti da ogni fonte: esiste un binomio migliore di arte e cucina? l'idea di creare un piatto ad ispirazione dello strano animale creato dall'artista brasiliano è stata una folgorazione.
"Mentre niente accade", questo il titolo dell'opera realizzata in lycra e 5 spezie macinate (pepe, cumino, chiodi di garofano, zenzero e curcuma).
Mi ha fatto pensare a quelle serate che ti aspetti di trascorrere in solitudine quando all'improvviso la tua casa diventa un piccolo rifugio per amici (senza tetto, squattrinati, un pò alcoolici e soprattutto in vena di chiacchiere) che reclamano un aperitivo.
Toh!avrei della pasta sfoglia/brisèè/fillo giu-giusto nel frigo! ops, guarda lì...anche parmigiano e pecorino! e 5 spezie, vuoi che non le recuperi?

io ve li lascio mangiare, ma poi...posso annusarvi un pò per scoprire chi ha mangiato quello con la curcuma?





























domenica 30 novembre 2008

Il piatto piange


Questo è un post triste. La foto ne è forse la testimonianza migliore. Un piatto vuoto.
Stavolta non vi racconterò di spezie e ingredienti. Cercherò di essere meno polemica possibile. Non ci saranno ricette per voi.
Stranamente questa volta il potere terapeutico della cucina non mi ha giovato.
La foto in alto non è scattata con la mia digitale: durante lo scorso weekend, ho attraversato diversi stati d'animo e l'immagine che meglio li rappresenta è un piatto vuoto, quello che mi auguro avesse di fronte a sè ogni giorno il ladro che, entrandomi in casa sabato, mi ha rubato portatile, digitale e ricordi. Praticamente il materiale di cui è fatto questo blog.
La povertà di un piatto vuoto mi aiuterebbe a non serbare rancore.








venerdì 21 novembre 2008

Chicco...di grano

Sono viziata. Non consumo grandi quantità di pane e mi piace croccante. Poco ma buono.
Però sono pigra e non mangiandolo ogni giorno, mi ritrovo a sognarlo tutte le volte (e accade spesso) che dimentico di acquistarlo. E quando lo acquisto, mi capita di mangiare altro e così ho dovuto sviluppare una tecnica di riciclo del pane.
Devo ammettere certo che nell'ultimo anno, l'aumento del prezzo del pane è stato comunque un deterrente all'acquisto quotidiano.( A proposito di questo, date un'occhiata al link qua sotto).
Il mio rapporto col pane è un rapporto di quelli che durano da anni e che per fortuna è uno degli eterni (fatto di alti e bassi) che posso annoverare tra le mie esperienze "sentimentali".
Una specie di eterno fidanzato (e non innamorato, attenzione....) o marito.
Però con lui faccio di tutto. Provate anche voi: con il pane si può davvero fare tutto.
Lo adoro nei ripieni, perchè si può condire con un sacco di spezie rendendo ricco anche un piatto povero.
La ricetta di oggi riguarda i peperoni ripieni, o quelli che in calabrese si chiamano "pipi chini".
Bastano un paio di fette di pane raffermo, del latte, aglio, sale , pepe, prezzemolo, pecorino e tutto quello che avete nel frigo (tipo salamino, prosciutto, scamorza affumicata...).
Mi sa che è ora di cucinare, se no nei peperoni vi faccio mettere anche vostra nonna, che se è cicciottella come nella migliore delle tradizioni, ci sta da paura!


http://arezzo.blogolandia.it/2008/12/04/gruppo-di-acquisto-popolare-pane-a-1-eurokg-a-saione/

giovedì 20 novembre 2008

Il cucchiaio intelligente

Farsi domande potrebbe essere il mio mestiere. Perché non mi accontento. Cerco risposte. E la mia testa diventa un affollarsi di input infelici che quando non si trasformano in output felici, si risolvono in aspirine sciolte nell’acqua (che frizzano pure, rendendo talvolta amplificato il mal di testa da sovraesposizione).
Leggo della fantastica invenzione del “cucchiaio intelligente”: un prototipo di cucchiaio in grado di stabilire il giusto grado di sapidità del cibo, l’equilibrio tra acidità e altro, forse anche la temperatura.
Mi chiedo: ne ho bisogno? So che tante invenzioni inizialmente strambe sono nate dallo stesso interrogativo e poi diventate, ahimè, insostituibili (perché ora non me ne viene in mente nessuna?).
Così provo ad immaginarne le situazioni d’uso.
Cucina di un ristorante Tre Stelle Michelin: lo Chef o il suo vice, assembla gli ingredienti per una portata che il cliente in sala attende trepidante…basi, cottura: ok.
Ancora in padella (o pentola, o forno,o abbattitore o quello che vi pare)….il piatto è lasciato quasi a sé, gli si butta solo qualche occhiata perché non muoia di solitudine, tanto l’ultima parola sarà del cucchiaio intelligente!
Vedo già una rivoluzione nella brigata di cucina: accanto ai classici ruoli, nei prossimi annunci di lavoro ci sarà scritto “con almeno tre anni di esperienza nell’uso del C.I.”.
Sarà il sous chef ad usarlo? È qualcosa che può fare anche il lavapiatti?
inventeremo pentole di riflesso intelligenti perché dotate del suddetto cucchiaio?
Insomma, l’uso ci chiarirà le idee.
La mis en place è a posto. Il piatto arriva sul tavolo del cliente (esigente perchè disposto a sborsare 80 euro per quel piatto). Ansia. Il cliente ne valuta l’aspetto. Non si fa ingannare come una volta dai profumi che il cibo gli racconta: è come se avesse perduto l’intelligenza dei suoi sensi e questa si fosse trasferita nel cucchiaio, di cui da buon critico è naturalmente anch’egli dotato.
Lo estrae dall’apposita custodia.
Per la prima volta sente di possedere un reale, scientifico metodo di valutazione del cibo.
Inserisce il cucchiaio nel piatto e….all’improvviso un allarme delicato, ma persistente si materializza nelle sue orecchie (il cibo da consumatore non coinvolge anche questo senso, che nel frattempo, causa perdita dei suoi fratelli, si sarà perfezionato e avrà ampliato le sue capacità).
Le mandibole del runner, rimasto fino ad allora accanto al tavolo, in attesa di valutare la giustezza del piatto, inevitabilmente si contrarranno e la sua voce si preparerà ad assumere quel tono di scuse confacenti la situazione.
In cucina nel frattempo, udito quel suono, si ricomincerà da capo a preparare lo stesso piatto probabilmente ritarando il cucchiaio o semplicemente facendolo volare nella pattumiera (dopo avergli dato chiaramente dello “stupido”).